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Il Territorio
Il comune di San Severo è situato nell’estremo Nord della Puglia, al centro di una raggiera di strade dirette al Gargano, al Tavoliere e al Sub Appennino Dauno. Ha casello sull’Autostrada A-14 ed è servito dalla S.S. 16 Adriatica, dalla S.S. 89, dalla S.S. 100 Lucera e da due delle più importanti vie d’accesso al Promontorio Garganico: la Litoranea e la S.S. 272, la cosiddetta Via Sacra Langobardorum o Strada Francesca. I collegamenti ferroviari sono assicurati dalle Ferrovie dello Stato e da quelle del Gargano.
San Severo è ai primi posti nel mondo per la produzione e la commercializzazione del vino. Le sconfinate risorse agricole del suo territorio hanno generato un vivace sistema di piccole e medie imprese industriali e di trasformazione dei prodotti coltivati che vengono esportati sui mercati nazionali e transnazionali, ma l’economia locale è legata all’agricoltura. Il suo vino è contraddistinto dal marchio D.O.C. (il bianco di San Severo è stato il primo vino pugliese a ottenere questo importante riconoscimento) e il suo olio dal marchio D.O.P. (olio di olive peranzane).
Cenni
storici
Secondo la leggenda rinascimentale, la città di San Severo fu fondata dall’eroe greco Diomede col nome di Castrum Drionis (Casteldrione). Diomede avrebbe edificato due templi, uno dedicato a Calcante, l’altro a Podalirio. Casteldrione, ad ogni modo, sarebbe rimasta pagana fino al 536, quando san Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto celebre per le prodigiose apparizioni dell’arcangelo Michele nel Sacro Speco del Gargano, avrebbe imposto all’abitato il nome di un fantomatico governatore Severo, da lui convertito al cristianesimo.
San Severo sorge nell’antica Daunia, e nell’agro della città sono state rinvenute tracce di vari insediamenti neolitici. In età medievale l’area non risulta interessata da insediamenti stabili e definibili. Tra l’età longobarda e quella bizantina s’irradiò dal monastero di Cassino il monachesimo benedettino, e con esso il culto del santo apostolo del Norico Severino, abate del V secolo, precursore di san Benedetto. Sul probabile itinerario della Via Sacra Langobardorum sorse dunque una primitiva chiesetta dedicata a san Severino, presso cui si formò nell’XI secolo, grazie al continuo afflusso di pellegrini diretti al Sacro Speco di Monte Sant’Angelo e agli spostamenti di uomini e merci per fini di mercatura, l’odierna città, originariamente chiamata Castellum Sancti Severini (quindi San Severino, poi Sansevero).
L’agglomerato, sviluppatosi rapidamente grazie alla posizione favorevole ai commerci, assunse ben presto una notevole importanza, e fu sede di mercanti veneti, fiorentini, saraceni ed ebrei. Dapprima soggetta agli abati benedettini del monastero di san Pietro di Terra Maggiore (e nel 1116 l’abate Adenulfo vi dettò la famosa Charta Libertatis), nel 1233 si ribellò all’imperatore Federico II di Svevia che, dopo averla punita con l’abbattimento delle mura, la cedette ai Templari (l'imperatore morì diciassette anni dopo nelle vicinanze di San Severo, a Fiorentino, un piccolo borgo i cui resti rientrano attualmente nell'agro di Torremaggiore). Fu poi dichiarata città regia, ed ospitò diversi monarchi napoletani, tra cui Giovanna I d’Angiò e Ferrante I d’Aragona.
Nel XIV secolo fu sede del Governatore della provincia di Capitanata e Molise, regione di cui era capoluogo, e del tribunale della Regia Udienza. Nel XV secolo la città batté moneta propria (un tornese su cui sono impressi un castello, una croce e le parole Santus Sever de Capitanata).
Nel 1528, avvenne un grande prodigio: quando a sorpresa, nel cuore della notte, l’esercito imperiale diede l’assalto a San Severo, con l’intenzione di espugnarla e metterla a saccheggio, il santo patrono, san Severino, apparve a cavallo sulle mura della città, in abiti guerreschi, con una bandiera rossa nella mano sinistra e una spada nella destra, e, seguito da terribili schiere celesti, mise in fuga l’atterrito offensore, salvando San Severo da irreparabile rovina. La città professò al potente protettore la propria eterna gratitudine e lo proclamò solennemente Defensor Patriae, scelse a proprio stemma la figura del santo così com’era apparso ai soldati spagnoli e fece voto di donare ogni anno a san Severino, in occasione della sua festa (8 gennaio), cento libbre di cera.
Nel gennaio del 1536 visitò San Severo l’imperatore Carlo V, che nobilitò ventiquattro famiglie cittadine e istituì l’oligarchico Regime dei Quaranta.
Nel 1557 avvenne il miracolo della Pietà: gruppi di pellegrini erano soliti dimorare in uno degli xenodochi cittadini, quello – allora in abbandono – sito nel largo del Mercato e dedicato alla Madonna della Pietà. Alcuni di questi pellegrini giocavano d’azzardo, ed uno, perduto ai dadi tutto quel che aveva, con rabbia si rivolse all’immagine della Vergine dipinta sopra una parete dello xenodochio, accoltellandone la gota sinistra: immediatamente lo sfregio prese a sanguinare. In seguito al prodigio fu edificata la chiesa della Pietà, successivamente ampliata dalla ricca e prestigiosa confraternita dei Morti.
Nel 1579, all’apice del suo prestigio ma anche in avanzata decadenza economica, perse il rango di capoluogo, che passò a Lucera, e fu venduta al duca Gian Francesco di Sangro, che ottenne per i suoi eredi il titolo di principi di Sansevero. Fu l’inizio di una fase di declino, nonostante nel 1580 la città fosse stata promossa sede vescovile da Gregorio XIII.
Il 30 luglio del 1627 un catastrofico terremoto, la cui eco superò i confini nazionali, la rase al suolo quasi completamente. La ricostruzione fu lenta, ma nel Settecento, ritornata al centro di interessi commerciali e soprattutto agricoli, la città rifiorì, dandosi fisionomia marcatamente barocca e arricchendosi di insigni opere d'arte, tra cui alcuni marmi del grande scultore partenopeo Giuseppe Sanmartino e prestigiosi dipinti di scuola napoletana e vide sorgere sfarzose costruzioni, tra cui numerosi palazzi nobiliari e borghesi, i monumentali monasteri dei celestini, dei francescani e delle benedettine, e diverse chiese, parrocchiali e confraternali. Nel 1667 vi nacque Matteo Sassano, ossia Matteuccio, uno dei più grandi e famosi evirati cantori, soprannominato il rosignolo di Napoli.
Intanto, ai primi del secolo, la curia aveva affiancato a san Severino, con pari dignità, un nuovo protettore, san Severo vescovo.
La fiorente età barocca ha traumatica fine col terribile saccheggio operato dai francesi nel febbraio del 1799, a seguito della feroce reazione alla proclamazione della repubblica giacobina, sfociata nel fanatico massacro dei suoi fautori. Le truppe francesi, comandate dai generali Duhesme e La Foret, vinsero cruentemente un arrangiato esercito popolare. Le vittime, tra cittadini e soldati, furono circa quattrocentocinquanta. Fu l’inizio simbolico di un nuovo corso politico e civile che portò alla definitiva trasformazione dell’economia e della società cittadine.
Nel 1811 la città divenne sede di Sottoprefettura, mentre nel 1819 s’inaugurò il Teatro Comunale “Real Borbone”, il più antico di Puglia, con ricca sala all’italiana ricavata nell’antico palazzo del Governo, essendosi trasferiti nel 1813 gli uffici nel soppresso monastero celestino. Nel 1854 fu inaugurata la grande Villa Comunale, presso il convento dei cappuccini, e nel 1858 fu istituita la Biblioteca Ferdinandea, oggi intitolata all’umanista e stampatore sanseverese Alessandro Minuziano. L’anno prima era stata eletta patrona aeque principalis, con san Severino e san Severo, la Madonna del Soccorso. Nel 1864 iniziarono a funzionare il Real Ginnasio e le Scuole Tecniche, e nel 1866 l’Asilo Infantile. Poco dopo, la passione per la musica portò alla fondazione di due gloriose bande, la Bianca nel 1879 e la Rossa nel 1883: entrambe vinsero numerosi e prestigiosi riconoscimenti internazionali. Deputato del collegio cittadino, dal 1866 al 1875, fu il famoso storico della letteratura Francesco de Sanctis.
Nel Novecento la città acquista sempre più una fisionomia moderna: tra l’altro, nel ’15 apre il nuovo Ospedale Civile, nel ’23 è inaugurato, alla presenza dell’erede al trono d’Italia Umberto di Savoia, il grandioso edificio scolastico “Principe di Piemonte”, e nel ’37 inizia la sua attività il nuovo Teatro Comunale, tra i più grandi della Penisola, progettato dall’accademico d’Italia Cesare Bazzani e decorato dall’artista Luigi Schingo; la monumentale struttura è oggi intitolata a Giuseppe Verdi.
Il 23 marzo 1950 i lavoratori di San Severo, all'indomani di uno sciopero generale, insorsero contro le forze di polizia, innalzando barricate e assaltando le armerie e la sede del MSI. Gli scontri causarono un morto e circa quaranta feriti tra civili e militari, e l'esercito occupò coi carri armati le principali vie della città. Nei giorni seguenti, coll'accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, furono arrestate centottantaquattro persone, assolte e rilasciate dopo il processo, un anno dopo.
Nella seconda metà del secolo, in un clima culturale ricco di fermenti, sono vissute a San Severo personalità di rilievo come i poeti Umberto Fraccacreta e Mario Carli, lo scrittore Nino Casiglio, l'economista Angelo Fraccacreta e il celebre artista e fumettista Andrea Pazienza. Giovanni Paolo II ha visitato la città il 25 maggio 1987. Nel 1996 il Presidente della Repubblica ha confermato con apposito decreto il suo rango di «Città», acquisito nel 1580, al momento dell’istituzione della diocesi sanseverese.
Nel 1999 sono stati presentati, presso la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, due disegni di legge (rispettivamente il 6472 e il 4370) per l'istituzione della provincia di San Severo, comprendente 22 comuni del Tavoliere settentrionale, del Gargano e del Subappennino Dauno.
Visita ai monumenti
Il ricco ed esteso borgo antico, originariamente definito da una poderosa cinta muraria intervallata da sette porte, ormai completamente smantellata, conserva il labirintico sistema stradale medievale. Il centro storico è ricco di monumenti prevalentemente barocchi, come i tanti palazzi nobiliari, i tre grandi monasteri delle benedettine, dei celestini (sede municipale dal 1813) e dei francescani (sede della biblioteca comunale e del museo civico), e molte scenografiche chiese. Cuore del borgo è la severa chiesa matrice di san Severino, monumento nazionale,dedicata al primo e principale patrono della città e diocesi, che conserva i prospetti esterni romanici (spicca la facciata di transetto, con rosone a sei raggi e raffinato archivolto in pietra d'età federiciana) e slanciato campanile con guglia piramidale.
Altri monumenti nazionali sono la chiesa di san Lorenzo delle monache benedettine, progettata da Giuseppe Astarita e dall’architetto ticinese Ambrosio Piazza (che disegnò anche la superba facciata rococò e l’elegante campanile), adorna di meravigliosi altari sanmartiniani (il maggiore è uno dei capolavori del genere) e dipinti di Nicola Menzele e la chiesa della Pietà, sede della confraternita dei Morti, dal fastoso interno, decorato con marmi policromi e dipinti barocchi, in cui troneggia la grande macchina d’altare di Gennaro Sanmartino.
La vasta Cattedrale, dedicata a santa Maria Assunta, è frutto di numerosi rimaneggiamenti; all’interno conserva, accanto a limitate vestigia medievali (il grande rosone), un prezioso fonte battesimale del XII secolo e splendide tele settecentesche e marmi barocchi. Altre chiese d’interesse storico e artistico sono: la scenografica arcipretale di san Nicola, dallo sfarzoso interno rococò ideato dal Piazza, ricco di uno stupefacente soffitto del Menzele e con monumentale organo a canne di Innocenzo Gallo; la collegiata di san Giovanni Battista, con numerosi dipinti di scuola napoletana; il Carmine, sormontata da elegante cupola maiolicata (vi si venera la bella statua della Vergine, capolavoro di Gennaro Trillocco); San Francesco, con annesso monastero dei frati minori conventuali; la centralissima Trinità, parte integrante del monastero celestino, dalla sobria facciata barocca e con navata adorna di preziosi altari marmorei, notevoli dipinti e uno splendido organo a canne del 1701; Santa Maria di Costantinopoli, dei padri cappuccini, con mirabile polittico tardo-rinascimentale di Ippolito Borghese; la piccola Santa Lucia, dal delizioso interno rococò; il santuario della Madonna del Soccorso, con bella facciata settecentesca, che custodisce la statua della veneratissima patrona bruna.
Altre chiese storiche sono San Sebastiano fuori le mura (detta anche del Rosario o della Libera), con statue e dipinti, Santa Maria delle Grazie, tempio tardo-barocco a tre navate, Sant’Antonio abate, con altare maggiore napoletano, San Matteo (o di san Bernardino), unico resto del grandioso complesso monastico dei padri zoccolanti, e Croce Santa, che nella cripta conserva una bella Pietà lapidea del primo Rinascimento.
Interessanti sono anche il severo Palazzo Vescovile, più volte rimaneggiato, e il secentesco Palazzo del Seminario, nel cui sotterraneo è allestito l’importante Museo Diocesano, con argenti, paramenti e opere di diversa epoca. Altro vanto della città è il grande Teatro Comunale, opera di Cesare Bazzani, inaugurato nel 1937 e oggi dedicato a Giuseppe Verdi (ogni anno vi si tiene una stagione lirica, una di prosa, nonché concerti e spettacoli di vario genere).
La lussureggiante Villa Comunale, aperta nel 1854, ha elegante prospetto con statue bronzee e un grande palco circolare per i concerti bandistici con alberi secolari e interessanti sculture. Meritano una visita anche le caratteristiche cantine ed enoteche, alcune delle quali vere e proprie cattedrali ipogeiche.
La festa Patronale e le Tradizioni
La festa patronale, che viene celebrata la terza domenica di maggio e il lunedì successivo in onore della Madonna del Soccorso (eletta patrona aeque principalis nel 1857) e dei santi compatroni principali, san Severino abate (il cui patronato, antico quanto la città, fu solennemente confermato da S. Pio X nel 1908) e san Severo vescovo (il cui patronato fu istituito al principio del XVIII secolo) è caratterizzata da due sontuose processioni, in cui si portano a spalla numerosi simulacri di santi, scandite dalle fragorose batterie pirotecniche, dette anche “fuochi”, incendiate nei vari rioni al passaggio dei sacri cortei.
Le batterie, attestate a San Severo già dagli inizi del settecento, sono lunghissime micce da cui pendono innumerevoli petardi di diversa dimensione; durante il loro incendio, corrono in prossimità delle esplosioni centinaia e centinaia di fujenti del fuoco, prevalentemente ragazzi e ragazze, che sfidano il pericolo in un'adrenalinica e spettacolare gara di coraggio. Durante la festa, inoltre, ci si contende il palio delle batterie, assegnato al rione che ha allestito il migliore “fuoco” e ha addobbato con particolare cura e fantasia le proprie strade.
San Severo conserva molte delle tradizioni del suo passato. Particolarmente significativi sono i riti tardo-barocchi della Settimana Santa. All’alba del Venerdì Santo tre processioni prendono avvio contemporaneamente dalla chiesa della Pietà, coll'imponente e sfarzosa settecentesca statua dell’Addolorata, dalla chiesa della Trinità, coll’effigie lignea del Cristo legato alla colonna, e dalla chiesa di sant’Agostino, colla pesante Croce del Cireneo; i tre sacri cortei convergono nell’antica piazza del Castello, dove avviene l’Incontro: le statue dell’Addolorata e del Cristo “corrono” l’una verso l’altra ma l’abbraccio tra la Madre e il Figlio è impedito dalla Croce, che si alza improvvisamente tra di loro. Alla sera del Venerdì Santo, invece si snoda per le vie della città, dalla chiesa di santa Lucia, la commovente processione con l’effigie di Gesù morto seguita da quella della Madonna. In Santa Lucia, al rientro del sacro corteo, si espone al bacio del popolo lo stesso simulacro del Cristo morto, mentre nella chiesa della Pietà, dopo la rituale ora della Desolata, la statua dell'Addolorata, spogliata dei fastosi abiti del mattino e posta direttamente in terra ai piedi dell'altare maggiore, “riceve le condoglianze” dei fedeli che le baciano le mani.
Molto sentite sono anche le feste, con relative processioni e incendio di batterie, del Carmine (16 luglio), di san Rocco (16 agosto) e del Rosario (quarta domenica di ottobre), come pure la ricorrenza della Concetta, ossia l’Immacolata (8 dicembre), in occasione della quale i giovani sparano per le vie numerosi petardi e sono incendiati caratteristici falò (i fòche ‘a Cuncètte), nonché la festa di sant’Antonio abate (17 gennaio), con la storica benedizione degli animali. L'8 gennaio, invece, si celebra ogni anno la solenne cerimonia della consegna del voto a san Severino abate da parte dell'Amministrazione Comunale, nel corso della quale si ricorda con gratitudine la prodigiosa apparizione del santo patrono nel 1528.
Nel periodo di carnevale è usanza preparare dei goffi pupazzi (‘i carnuwèle) che sono appesi, comicamente seduti su sedioline, all’uscio delle case. Il martedì grasso, all’imbrunire, si celebra il loro pittoresco funerale, che si conclude con l’apotropaico incendio degli stessi pupazzi, talvolta imbottiti di petardi. La città non pare aver avuto una vera e propria maschera tipica: il travestimento tradizionale più diffuso, peraltro, prevedeva che gli uomini indossassero vistosi abiti femminili e si truccassero in modo assai grottesco, dando vita alle cosiddette pacchianelle, oggi piuttosto rare.
Negli ultimi anni all’antica Sagra dell’uva, festosa celebrazione settembrina di uno dei principali prodotti della terra sanseverese, è subentrata la Festa di san Martino (Sànde Martìne), sagra del vino novello, che si tiene nel centro storico della città per diversi giorni intorno all’11 novembre, con esposizione di prodotti tipici, degustazione di vini e gastronomia locale e spettacoli di varia cultura (concerti, mostre, sfilate folcloristiche, etc.).
Testi
a cura di Emanuele d’Angelo e Giuseppe dell’Oglio.
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