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LA TARANTELLA DEL GARGANO
 
Il Gargano, promontorio roccioso e coperto da vegetazione mediterranea che dal pianeggiante tavoliere foggiano si inoltra prepotente nel mare Adriatico, da  
terra di pastori, contadini e pescatori. In queste zone si trovano ancora tracce dei Tratturi, tra cui quello definito Reale, che partivano dagli Abruzzi ed arrivavano fino a queste zone, larghi 112 metri e testimoni del passaggio di milioni di capi di bestiame e della cultura popolare, trasportata dagli uomini e dagli strumenti che si portavano appresso.  
  Negli anni ’50-’60 del secolo scorso ha vissuto lo spopolamento delle campagne con grandi ondate di migrazione verso il nord dell’Italia. Migliaia di persone in fuga dal luogo di origine, in cerca di lavoro e condizioni di vita migliori. Negli ultimi decenni però il Gargano ha avuto una notevole rivalutazione ed è diventato una meta turistica di grande richiamo sia per via della bellezza delle sue coste e del suo mare, sia per gli importanti culti religiosi, come quello di San Michele Arcangelo presso il santuario-grotta di Monte Sant’Angelo o la venerazione per San Pio a San Giovanni Rotondo. Il patrimonio culturale ed espressivo tradizionale di questi luoghi ha seguito la sorte che le popolazioni dei comuni garganici hanno dato al locale sistema di vita: canti, musica, balli, proverbi,  
gastronomia, linguaggio gestuale, dialetti, artigianato e produzione materiale convivono ancora oggi, in parte, con certe espressioni della modernità. Anche sul piano musicale, attività un tempo molto rilevante nella vita collettiva di ogni comunità garganica, purtroppo è avvenuta la sostanziale e graduale scomparsa dell’uso tradizionale della serenata
 

contadina, della tarantella e della più generale produzione poetica e musicale secondo le modalità e gli stilemi arcaici. Già dal secondo dopoguerra in poi, dalla invenzione e dalla elaborazione in loco di brani canori si era passati alla sola riproposizione di canti trasmessi dalle precedenti generazioni. Per fortuna negli ultimi anni abbiamo piacevolmente assistito a una vera e propria rivalutazione del genere, a un rilancio della tarantella del Gargano. Il rischio di una cancellazione definitiva di tratti caratterizzanti l’identità culturale garganica, infatti, ha spinto gruppi giovanili, amministrazioni e cantanti affermati a valorizzare e rivalutare il ruolo di testimonianza degli anziani, cercando di documentare il salvabile e di riproporlo. Tale revival passa attraverso tre percorsi diversi: la raccolta di testimonianze orali tra gli anziani come indagini universitarie o come collezionismo etnografico privato, la spettacolarizzazione del folklore e la “contaminazione” musicale come sperimentalismo artistico. Gli ultimi vecchi cantatori e suonatori del Gargano, specialmente i Cantori di Carpino, si sono così ritrovati al centro di ricerche e di attenzione, e ora possono godere di una notorietà solo qualche decennio fa impensabile. Naturalmente resta enorme la distanza tra la normalità di un tempo, cioè di quando in ogni paese circolava un diffuso sapere musicale e numerosi erano gli esecutori validi, e l’eccezionalità odierna. Quindi per molti giovani, consapevoli dell’esistenza di questo mondo frantumato che difficilmente può ritornare, oggi suonare “alla montanara” o “alla vistasana” è un atto evocativo più che tradizionale. La musica tradizionale garganica è stata riscoperta grazie all’etnomusocologia a partire dalla metà degli anni ’50, specialmente dopo le approfondite ricerche effettuate da Diego Carpitella e Alan Lomax. Fino dal principio è emerso come repertorio canoro e strumentale estremamente originale rispetto alle altre aree del Mezzogiorno d’Italia. Le particolari sonorità dei canti sulla “chitarra battente” di Carpino sono diventati subito un mito per gli appassionati di musica etnica. Nei primi anni ’80 dello scorso secolo, gli studiosi che seguivano le tracce della “tarantella” su tutto il promontorio, si sono imbattuti in un altro aspetto peculiare della cultura musicale garganica, che si configura con repertori, produzioni, tecniche, strumenti, occasioni, ritualità e ambiti propri; si tratta della musica liutaia artigiana che in Puglia era particolarmente diffusa. Le Tarantelle del Gargano sono state, poi, riportate all'attenzione del grande pubblico attorno al 1975 dal gruppo Musicanova guidato dai musicisti Carlo d'Angiò ed Eugenio Bennato. Le Tarantelle del Gargano possono essere divise in più generi: sono da ricordare quella Montanara (da Monte S. Angelo, suonata in toni minori), quella Rodianella (da Rodi Garganico, suonata in tonalità maggiori), quella Viestesana (dalla cittadina di Vieste e che viene suonata in modo misto), quella di Carpino ed altre che variano, come nelle migliori tradizioni, di paese in paese, con piccole variazioni che le rendono però una diversa dall'altra. Questo tipo di musiche venivano adoperate soprattutto come serenate e sopravvivono anche alcune struggenti ninne nanne. La serenata poteva essere cantata e suonata dallo stesso innamorato o eseguita su commissione. Ma erano tanti i momenti in cui venivano eseguiti i canti tradizionali, come nell'ambito dei lavori campestri o durante le feste. La serenata a Carpino, come in altri paesi del promontorio, poteva essere di due tipi: d'amore e di sdegno. La serenata d'amore era suddivisa in sei parti: strofette di apertura; strofette prima della canzone; canto a distesa, serenata vera e propria; strofette di scusa dopo la canzone; strofette; strofette di commiato. La serenata di sdegno, invece, era caratterizzata da una successione di stramurtë, ad andamento sillabico. I testi dei canti dei sonetti di stramurtë, anche se di segno opposto a quelli d'amore, erano identici sotto il profilo musicale.

  Il concetto di musica tradizionale quindi deve comprendere due culture differenti ma conviventi: la prima di “zappatori, crapari e pecurari”, più antica e autoctona, la seconda di “mastri d’arte” come barbieri, sarti, falegnami e impiegati, che musicalmente alfabetizzati, hanno assorbito maggiormente le influenze della musica colta e di altre scuole (bande, orchestre sinfoniche e orchestrine da ballo). I primi sono in genere suonatori a orecchio legati a modalità musicali e poetiche tramandate da lungo tempo, radicati nella cultura del luogo e produttori di forme e contenuti originali. I secondi sono più disposti alle innovazioni ma comunque capaci di produzioni strumentali autonome, soprattutto a partire dal XIX secolo. Diverse sono le modalità di concezione e di esecuzione della serenata, diverse le modalità di rapportarsi al ballo. Anche le tecniche compositive dei testi variano: pochi modelli metrici-strutturali e testi rigorosamente dialettali nella composizione poetica contadina, libertà metrico-strutturale e preferenza per testi in napoletano o italiano nella composizione artigiana derivati dal mondo canzonettistico napoletano e tradizionale. Lo studio etno-coreografico ha privilegiato il mondo musicale rurale per studiare la “tarantella”, mentre per i balli derivati da quelli di società ottocenteschi (quadriglia, valzer, polke, mazurca, scotes) le orchestrine di plettri di paese sono state le referenti principali.

 

 

GLI STRUMENTI MUSICALI

La musica agro-pastorale del Gargano può essere racchiusa simbolicamente in
 
uno strumento musicale che rappresenta non solo l’emblema del Gargano, ma anche un modo di intendere e di pensare la musica: la “chitarra battente”. Si trovano sporadiche e residuali tracce di presenza della “zampogna” nei secoli scorsi e di “flauti di canna”;        
l’”organetto”, che ha invaso in pochi decenni nella seconda metà del XIX secolo l’Italia, si è propagato in modo molto limitato in questa area.  
 L’organico strumentale e musicale più diffuso e tipico del Gargano rurale era formato dalla voce per il canto, dalla chitarra “battente” e da quella “francese” nelle serenate, mentre nell’esecuzione delle “tarantelle” si aggiungevano le “castagnole”, “lu tammurë (tamburrë)” o “tammurrèddë (tamburreddë)” e “lu zighëtebù” o “catapù” [tamburo a frizione].    
L’acutezza e lo stridore dei suoni emessi dalla battente veniva compensato dai suoni gravi della francese, così come il battere squillante delle castagnole e dei sonagli del tamburello era contrappesato dal cupo colpo del tamburo o del tamburo a frizione. La voce, spesso alzata di testa con frequenti e mirati picchi acuti,
quasi al limite del falsetto, serviva a farsi udire anche a distanza e ad emergere rispetto agli strumenti di accompagnamento. Nelle formazioni artigiane, il cui punto di ritrovo era spesso il “salone” del barbiere o la “bottega” di sartoria, v’erano principalmente mandolino, violino, banjio (importato dagli Stati Uniti) e la chitarra “francese”.      

 

La chitarra battente

 La chitarra battente è un cordofono della famiglia dei liuti, composto da una cassa di risonanza dal fondo bombato o piatto in forma di un otto allungato, con un manico (manëconë) che varia da 9 a 10 tasti, un numero variabile da 5 a 12 corde, i bischeri (përruzzë, përrozzë, zuuiddë) di legno e uno o tre fori (cavutë) della cassa parzialmente ostruiti e abbelliti da rispettive “rose”, elementi che più contraddistinguono visivamente la battente dalla francese. La sua funzione principale è quella armonica e ritmica di accompagnamento e di
     

supporto della voce. Le dissonanze prodotte a causa della sua particolare accordatura, ben si conciliano con le emissioni timbriche e tonali del canto, che spesso scivola anche su quarti di toni e brevi melismi di abbellimento.

L’accordatura della battente varia da paese a paese e talvolta da suonatore a suonatore, segno di un continuo adattamento dello strumento alle esigenze, armoniche e vocali dei sunaturë e dei cantaturë.

     

 Sul Gargano l’accordatura della battente si basa principalmente su 5 corde o 5 cori. Variano il numero di corde e il tipo di metallo adoperato. Spesso alle corde d’acciaio moderne, si aggiungono fra i toni intermedi più antiche corde di ottone, che danno un suono più “caldo” e più dolce, oppure corde di basso della chitarra francese (a San Giovanni rotondo) quando la battente deve fare a meno della francese e suonare da sola. L’accordatura, ottenuta sempre ad orecchio, non è fissa, ma viene impostata sul registro della voce dei cantori o sugli altri strumenti cui si accompagna.

 Suonata “a dritta” la battente viene digitata sulla tastiera con la mano sinistra, mentre le corde vengono fatte vibrare con la destra; per accompagnare la voce la chitarra viene suonata in genere “a battente”, con colpi decisi cioè delle cinque dita dall’alto verso il basso e/o viceversa, raramente si rafforza la battuta con un colpo di percussione sulla cassa. Quando si vuole dare un suono
     
continuo, quasi a bordone, si suona a rotazione, roteando cioè con le dita sulle corde in modo da non lasciare tempi vuoti di suono. In presenza di due chitarre battenti, una di queste può fungere da solista e viene        
                         

allora pizzicata sulle corde dovute per trarne la melodia conduttrice.
  La rosa è un abbellimento estetico posto in corrispondenza dell’apertura del foro (o dei fori) della cassa. Si tratta di piastrine tonde metalliche (in genere di stagno) o di cartone spesso traforate che vengono dipinte o sulle quali si attaccano tondi pieni, ruote a raggiera o stelle multiradiali di carta colorata. Oltre all’evidente funzione ornamentale, la rosa ha anche una funzione sonora perché rende più vibrante e ottuso il suono emesso, a differenza del suono più grave di una normale cassa di risonanza. Altri elementi decorativi possono essere apportati sullo strumento.

 

La chitarra francese
 Chiamata “francese” perché – a detta dei più anziani suonatori – è una chitarra arrivata più tardi dalla Francia e aggiuntasi alla battente. Si tratta di una normale chitarra acustica con le tipiche tre corde acute e tre corde gravi. Viene arpeggiata soprattutto sui bassi per compensare la mancanza di suoni gravi della battente, o suonata a corde intere.  Può svolgere di volta in volta il ruolo di basso, controcanto e accompagnamento.

 

Lu tammurrë (o tamburrë)
 Strumento a percussione della famiglia dei membranofini a forma circolare, con pelle conciata di capretto o agnello ben su un’alta cornice lignea, ricavata in genere da un setaccio di diametro di 40-50 cm. Lungo la cornice vengono incise delle fessure parallele al piano della pelle, nelle quali inseriti dei sonagli metallici infilati in un filo di ferro agganciato con le estremità alla cornice. Tamburi di formato minore (20-30 cm) e con fascia lignea più bassa vengono detti tamburreddë.

 

Le castagnole
 Idrofoni a percussione reciproca, formati ciascuno da due elementi lignei simmetrici e combacianti; le castagnole vengono adoperate sempre in coppia, una per mano. Diverse da quelle più note della Campania (castagnette o castagnelle) o spagnole (castanuelas), le castagnole garganiche presentano tratti del tutto originali sia nella fattura che nella tecnica d’uso.

 

Altre percussioni
 Durante la tarantella o per accompagnare i canti di questua, potevano esserci altri idiofoni: Burghëtebù (Carpino, San Giovanni Rotondo), Catapù (Ischitella) o Puta puta (Monte Sant’Angelo) è il tamburo a frizione, membranofono formato da un corpo cilindrico che funge da cassa di risonanza, ricoperto di pelle conciata di capra o agnello legata intorno al bordo, e da un bastone di canna o di scopa avente un’estremità infilata e legata al centro della pelle. Il bastone viene sfregato dalla mano bagnata e lo sfregamento fa vibrare la pelle che produce il suono reso cupo dalla cassa. A striscë (la striscia) è un idrofono formato da un bastone ligneo, dentato da una parte e coperto di cembali di latta dall’altra, che viene sfregato lungi la dentatura da un altro piccolo bastone. La raganella è un piccolo marchingegno di legno o di canna il cui funzionamento è basato sulla rotazione di una ruota dentata, i cui denti fanno sollevare e battere una piccola leva elastica.

 

BIBLIOGRAFIA
Giuseppe Michele Gala, libretto allegato al cd “La tarantella del Gargano”, collana discografica “Ethnica”, Edizioni Taranta, Firenze, 2000
Salvatore Villani, articolo tratto dal sito www.carpinofolkfestival.com

FOTO
Tutte le foto, salvo diverse indicazioni, sono tratte dal libretto allegato al cd “La tarantella del Gargano”, collana discografica “Ethnica”, Edizioni Taranta, Firenze, 2000.